Nell’evolversi della civiltà umana ha avuto un ruolo fondamentale, la scoperta di nuovi metodi per lo sfruttamento dei materiali presenti in natura. Gli studiosi per comodità hanno diviso questi periodi in Ere, chiamate “Età”, per esempio, età del ferro del bronzo ecc. E’però innegabile, che tutte queste tappe importantissime dell’evoluzione umana sono state possibili grazie alle migliorate capacità tecnologiche di ricerca, e sfruttamento di una risorsa essenziale e insostituibile; l’acqua. Dopo la caduta dell’Impero Romano, e la decadenza dei suoi splendidi acquedotti, per secoli, l’approvvigionamento idrico, è stato possibile attingendo da pozzi, o sorgenti superficiali, o con l’immagazzinamento di acqua piovana in cisterne interrate.
Lo scavo dei pozzi in muratura, si e protratto per un tempo lunghissimo, sempre più specializzandosi, arrivando addirittura a ridosso degli anni cinquanta. In quegli anni, gli ultimi esemplari di questi manufatti, nella zona di Carrara, erano costruiti solo da compagnie di lavoratori itineranti, di cui, spesso, il capo era anche rabdomante. In genere questa piccola “impresa”, era composta di persone appartenenti allo stesso nucleo famigliare, e comprendeva, un mastro muratore, e tre o quattro sterratori, ma se il lavoro era particolarmente impegnativo, ricorreva al reclutamento di manodopera locale. Erano due le metodologie di scavo, secondo la consistenza del terreno, e del tipo di pozzo da costruire. Il primo, prevedeva lo scavo di una buca molto più larga del futuro pozzo, e a mano, a mano che si scendeva, le pareti erano armate con tavole e puntelli, per evitare frane, fino a quando la terra estratta cominciava a essere abbastanza ”bagna” (bagnata.) Allora si cominciava la muratura circolare del pozzo, di solito fatta con mattoni pieni posti di testa, e qui i metodi erano diversi, ha secondo di chi li eseguiva. Alcuni muravano una fila si e una no, per permettere il filtraggio dell’acqua, altri lasciavano una fessura tra mattone e mattone, murando il tutto. Della ghiaia di piccola pezzatura era poi gettata tra la muratura e la terra esterna dopo aver eliminato l’armatura di legno, così da formare una sorta di filtro permeabile all’acqua. Questo pozzo era detto in dialetto a “filtrar” (a filtrare) e per funzionare a pieno, dopo la sua costruzione, aveva bisogno di alcuni giorni, perché l’acqua riempisse completamente la colonna murata. Il secondo tipo invece, prevedeva di intercettare una falda sotterranea, e per fare questo tipo di lavoro, esistevano dei mattoni già “curvi”, con cui era possibile eseguire un cerchio pressoché perfetto, di diametro stabilito. Si procedeva così: si faceva un solco circolare delle dimensioni esatte del futuro pozzo, con l’aggiunta dello spessore dei mattoni, quindi si passava alla loro messa in opera, e si muravano, avendo cura che fossero ben serrati, quindi si toglieva la terra all’interno del cerchio e sotto la prima fila, sostituendola con i mattoni, e così via, fino a raggiungere la profondità desiderata. Questo sistema era considerato migliore del primo, perché più economico, ma era valido solo in zone ricche di falde.
Era anche abbastanza pericoloso, perché alcune volte “scoppiava, ” ossia arrivato a pochi centimetri da una falda freatica importante, questa poteva rompere il fragile diaframma, e in pochi secondi allagare tutto il pozzo, affogando chi era al suo interno. I pozzi erano presenti nelle aie di ogni casa colonica, o piccolo borgo, fino a tutti gli anni sessanta, prima di essere sostituiti dalle fonti pubbliche, alimentate dall’acquedotto comunale, più pratiche, e igienicamente più sicure.
Nella zona di Carrara, l’acqua è stata importantissima anche per altre attività, vitali per la sua comunità; la lavorazione del marmo, e l’agricoltura. Il fiume Carrione è stato il principale artefice dello sviluppo di queste attività nella nostra città, il suo corso era completamente reggimentato da canalizzazioni in muratura chiamate “gore”, che servivano a convogliare l’acqua sotto le gigantesche ruote di pescaggio delle segherie. Al tempo le pompe non erano disponibili quindi, erano questi imponenti meccanismi che sollevavano l’acqua fino ai grossi silos metallici sospesi chiamati “bozzi” dove poi, con l’aggiunta di sabbia silicea, per caduta, andava ad alimentare i telai. Mentre l’acqua di scarto tornava nel fiume, con i problemi d’inquinamento che anni dopo si sarebbero dimostrati devastanti, la gora continuava la sua corsa, fino a un capofosso, che si frammentava a sua volta in una rete capillare di “b’tali” (fossi d’irrigazione). L’esistenza di questa antica rete idrica è sconosciuta ai più, anche se ha rappresentato per secoli la vita stessa per le popolazioni che vivevano prevalentemente di agricoltura nella periferia di Carrara. E’ utile sapere che in quel periodo, e fino a tutti gli anni sessanta, ogni strada, era fiancheggiata da un fosso, che correva parallelo a essa, munito di chiuse, che servivano all’irrigazione dei campi. Ogni capofosso, era collegato tramite una chiusa alla gora più vicina, e nel periodo compreso da maggio, fino a settembre, era usato per portare l’acqua ai campi. Io ero piccolo e non sono in grado di sapere se questo servizio fosse erogato dal Comune o da qualche Consorzio, ma ricordo perfettamente la figura di Vincè ‘l b’taler (Vincenzo il gestore del fosso.) Era un uomo allampanato, che a me sembrava vecchissimo, si spostava su una bicicletta da uomo che sotto la canna aveva dei ganci per fissarci “l maron” (la zappa) una specie di chiave a “T” di ferro che serviva ad aprire le chiuse, e una lampada a carburo, in testa portava un cappello a visiera tipo vigile. Era da tutti ritenuto una persona severa, e di poche parole, quasi scontrosa, atteggiamento che forse teneva per eseguire al meglio il proprio lavoro. Era lui che prendeva nota su di un libretto dalla foderina nera, dell’orario d’inizio, e della fine dell’irrigazione, oltre al nome del proprietario del campo, e che ritirava i soldi del pagamento.
L’irrigazione si pagava a ore, iniziava alla sera tardi, e proseguiva per tutta la notte, fino alle prime ore del mattino, poi cessava, perché altrimenti la terra “al bugiv” (bolliva) compromettendo irrimediabilmente il raccolto. Era suo compito anche vigilare che qualcuno non “facesse il furbo” aprendo abusivamente l’acqua al suo campo, privando dell’intera portata del b’tal chi stava irrigando in modo regolare, per questo era facile vederlo a tarda ora andare nei campi a controllare al lume della lampada. Questa fitta rete di fossati, era per noi bambini un immenso campo di gioco, su cui, secondo le stagioni, si poteva organizzare la giornata. Ci sfidavamo a chi catturava più libellule, da quelle nere, che tenevano le ali chiuse sulla schiena, poco pregiate, a quelle verdi, con le ali parallele al corpo, per arrivare a quelle più grosse di tutte, di un bel celeste intenso, ricercatissime, e che assicuravano la vittoria. Anche le rane e i girini erano le nostre prede, per non parlare delle anguille, catturate con la “mazacra” ( un mazzo di lombrichi vivi legati su di un cordino) dopo un temporale. Erano entusiasmanti anche le “corse” fatte con degli stecchetti lasciati trasportare dall’acqua del fosso, quando aprivano le chiuse, ma che implicavano discussioni lunghissime per stabilire la fine fatta delle “barche” che non erano giunte al traguardo.
Oggi questa immensa rete di fossi è stata interrata o ricoperta dal cemento, tanto che qualcuno dei lettori più giovani stenterà a credere che esistesse ancora, solo sessanta anni fa. Questo a dimostrazione di come l’uomo modifichi continuamente il suo Abitat, e spesso, non nel modo migliore.
Uno sguardo all'indietro di Enzo De Fazio
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