Quando ero bambino mia madre mi raccontava che, quando anche lei era bambina, sua madre, che come tutte le donne del suo tempo era molto religiosa, la portava una volta all’anno in pellegrinaggio alla “Madona d’Ort’nov” (Madonna di Ortonovo). Narrava che partivano a piedi il giorno prima delle celebrazioni, che era l’8 di settembre. Percorrevano i sentieri e le mulattiere in mezzo ai boschi, sotto l’occhio vigile dei proprietari dei terreni, che controllavano che a qualcuno non venisse la voglia di prendere qualche fico, o facesse incetta di noci o nocciole. Mi diceva che erano numerose le persone che si recavano in pellegrinaggio, percorrendo “gli scurton”(scorciatoie) anche a dorso di asino o di mulo, e che a volte si formavano delle processioni spontanee che procedevano salmodiando insieme. Per i bambini come lei era una specie di gita festosa, anche se molto faticosa, dove era possibile fare amicizie occasionali con i bambini dei paesi limitrofi, che altrimenti non sarebbe stato possibile conoscere. Molti pellegrini tra cui mia nonna e mia madre, pernottavano alla meno peggio nel paese di Ortonovo, o nelle immediate vicinanze, perché era praticamente impossibile fare il viaggio di andata e ritorno e assistere alle celebrazioni in un solo giorno, e anche se scomoda questa necessità era presa, soprattutto dai bambini, come un piacevole diversivo.
Nonostante la diffusa povertà tipica di quel periodo, la totalità dei pellegrini donava del denaro appena arrivati al Santuario, “p’r i lavori ‘n cesa” (per i lavori in chiesa) come diceva sua madre. In effetti il Patrimonio artistico Italiano è immenso, e la maggior parte di esso è composto di Chiese, strutture che oltre a comportare onerose opere di restauro e di manutenzione, sono spesso al centro di dispute tra Stato, Chiesa, e Comuni su chi debba effettuare tali lavori. Alcuni di questi edifici, hanno, nel corso dei secoli, accresciuto la loro popolarità tra la gente, diventando dei veri e propri fari della Cristianità, altri invece, magari eretti a furor di popolo, hanno conosciuto un lento ma inesorabile declino.
Uno di questi è proprio il Santuario della Beata Vergine Addolorata del Mirteto, da tutti conosciuto come “La Madona del Mirtet” (la Madonna del Mirteto), situato appena fuori il paese di Ortonovo. Abbarbicato su un cucuzzolo che domina completamente la piana di Luni, questo splendido Santuario a tre navate, oggi quasi dimenticato, è stato per secoli oggetto di pellegrinaggio devozionale per tutta la gente della valle del Magra, di Carrara, e dei paesi limitrofi. Anche la storia della sua fondazione è affascinante, e merita di essere raccontata, anche se è il classico esempio dei metodi usati dalla Chiesa medievale per “creare” miracoli o reliquie, e acquisire potere temporale, ma soprattutto, per accrescere la sua potenza economica. Siamo nei primi decenni del 1500, la situazione economica italiana è a macchia di leopardo, in alcune regioni, dopo le devastanti carestie, guerre, ed epidemie, che caratterizzarono quasi tutto il 1400, si nota una leggera ripresa, ma non è questo il caso di Ortonovo, costretto dalla situazione topografica a un’agricoltura di sopravvivenza, e senza altre attività economiche di rilievo. Forse, data anche la sua vicinanza alla via Francigena, nel paese esisteva la Confraternita dei Disciplinati. Questo ordine di monaci laici, nacque a Perugia attorno al 1260, e si diffuse rapidamente in tutto il centro- nord dell’Italia. Il loro nome derivava dal fatto che essi praticavano l’autoflagellazione, con la disciplina, una specie di flagello a cinque code, come le piaghe di Cristo, irte di palline di legno o metallo. Il sangue che ne scaturiva lo offrivano a Dio come prova della loro penitenza. Il loro scopo primario era l’assistenza agli infermi, e il seppellimento dei pellegrini indigenti. Erano usi costruire dei minuscoli Oratori, spesso nei pressi dei cimiteri, che loro chiamavano “casacce”, proprio per sottolineare l’estrema povertà delle costruzioni, che usavano per curare i pellegrini, e onorare la Madonna, a cui erano devotissimi. Anche a Ortonovo si procedette alla costruzione di una di queste casacce. La località scelta si chiamava Mortineto, (diventato poi Mirteto) ed era un cocuzzolo di un contrafforte del monte Boscaccio appena fuori il paese, dove pare sorgesse un boschetto di mirto. Per ingentilire le rozze mura, com’era uso al tempo, si chiamò un “frescante” itinerante, ossia un pittore senza pretese, che per pochi soldi accettò di fare un dipinto su una delle quattro mura.
Questo ignoto artista rappresentò una deposizione di Cristo, con una Madonna semisvenuta dal dolore ai piedi della croce. Si narra che mentre alcune donne del paese erano raccolte in preghiera, videro la Madonna piangere lacrime di sangue. Si gridò al miracolo e da subito si formarono schiere di credenti che si recavano in pellegrinaggio, speranzosi di ottenere grazie, e indulgenze. In pochissimo tempo il Priore della Confraternita si rese conto che il minuscolo Oratorio non era più in grado di contenere quell’immenso flusso di persone, ma visto che le casse erano piene grazie alla generosità dei pellegrini, si decise la costruzione del Santuario. La commessa fu affidata a un celebre architetto del tempo, il lucchese Ippolito Marcello, che dopo venticinque anni di lavori che comportarono anche l’abbattimento del vecchio Oratorio, escluso naturalmente, il muro con l’affresco “miracoloso”, consegnò il Santuario quasi come lo si vede ora. Da subito la Confraternita si accorse che la gestione del Santuario, e dei pellegrini in visita, li avrebbe sviati da quelli che erano i fondamenti della loro missione, così decisero di affidarla ai monaci Domenicani. Questo ordine monastico aveva il compito della predicazione, e dell’inquisizione, e per la loro eloquenza e istruzione, erano considerati i dotti della Chiesa. Sotto la loro oculata e interessata gestione, le entrate economiche subirono un autentico balzo in avanti, grazie sopratutto alla vendita delle indulgenze, tipica del periodo, il Santuario crebbe di pari passo in splendore, arricchendosi d’importanti ampliamenti e opere d’arte, ancora visibili al suo interno. Aumentò anche la sua importanza, e con esso, l’afflusso di pellegrini, ma sotto la dominazione Napoleonica, i padri Domenicani furono espulsi. Il Santuario conobbe l’ingiuria dell’abbandono, e cominciò un lento declino, durato quasi un secolo, fino a quando si decise di riaffidarlo ai Domenicani. Con i restauri e le funzioni religiose, ripresero anche i pellegrinaggi, soprattutto a carattere penitenziale, di persone che da Carrara e dai paesi vicini si recavano a piedi al Santuario. La festa della Madonna del Mirteto, conobbe il suo apice negli anni quaranta e cinquanta, tanto che fu proclamata patrona dei donatori di sangue. Oggi i pellegrinaggi sono quasi del tutto assenti, e la gestione del Santuario è affidata alla Fraternità Missionaria di Maria una confraternita dell’America centrale. Gioielli come questo meritano di essere conosciuti e visitati, perché, come libri di pietra, conservano, incisa nelle loro mura centenarie, il racconto della nostra identità storica.





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